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Estate? Vacanze necessaria anche per i caregiver

Italiani concordi, solo l’8% pensa che assistere in prima persona un familiare non autosufficiente non ammetta pause nemmeno in questo periodo Ma come fare? Il 42% si affiderebbe all’assistenza domiciliare, il 36% a un parente in grado di sostituirlo Durante tutto l’anno, misure economiche (51%) e forme di conciliazione vita-lavoro (46%) sono, per gli italiani, i principali sostegni di cui un caregiver ha bisogno.




Sono milioni in tutta Italia, da nord a sud. Assistono un proprio familiare – come un figlio, un genitore, un coniuge – disabile, malato, comunque non autosufficiente. Un’attività molto faticosa quella dei cosiddetti caregiver, che si svolge all’interno delle mura domestiche per molte ore ogni giorno o addirittura a tempo pieno. Cercando un equilibrio che spesso diventa impossibile con il resto della famiglia, il lavoro, gli impegni quotidiani. E che obbliga a una vita di rinunce, difficoltà e sacrifici.

L’arrivo dell’estate, però, è anche per i caregiver il momento di prendersi finalmente una pausa: così la pensa la stragrande maggioranza degli italiani, secondo i quali un po’ di riposo è fondamentale per recuperare le forze e riprendere al meglio, al rientro, l’attività. Solo l’8% infatti pensa che nemmeno in questo momento dell’anno ci si possa concedere un, pur breve, periodo di vacanza. È quanto emerge dall’ultima ricerca dell’Osservatorio di Reale Mutua sul welfare.

Ma come organizzare la pausa senza ridurre le cure del proprio caro? Per quasi un italiano su due (42%) la soluzione migliore è rivolgersi a un servizio di assistenza domiciliare con personale esperto, il 36% si affiderebbe a un altro parente in grado di sostituirlo e un ulteriore 34% a un'associazione di volontariato o a una struttura ad hoc.

Assistere con continuità un familiare in stato di bisogno può essere infatti un compito molto gravoso, che condiziona la vita del caregiver in molteplici aspetti: secondo gli intervistati, la prima sfera a risentirne è quella personale e lavorativa (60%), con rinunce alla carriera ma anche agli svaghi e al tempo libero.

A preoccupare sono però anche i contraccolpi psicologici (52%), che possono manifestarsi con stati di ansia, depressione o persino senso di colpa, le ricadute economiche (46%) per i costi legati all'assistenza e gli effetti sulla salute stessa di chi assiste (42%).

Le difficoltà aumentano, poi, se il caregiver non dispone di risorse economiche sufficienti (54%) o deve far fronte ai compiti di cura da solo (45%), senza una rete relazionale solida a cui affidarsi, magari abitando lontano dalla cerchia familiare (34%).

Ma non solo: dedicarsi anima e corpo a questa attività porta spesso a mettere in secondo piano le proprie esigenze, fino ad adottare comportamenti errati e pericolosi. Secondo gli italiani, fra i principali rischi c'è quello di non chiedere aiuto e pensare di poter fare da solo (46%), addossandosi in toto i compiti di cura, ma anche quello di lasciarsi assorbire al punto da trascurare la propria salute (44%), rimandando o addirittura non sottoponendosi a visite ed esami medici, o di annullare le relazioni sociali (44%) e persino i rapporti con gli altri membri della famiglia (39%).

Che cosa può aiutare allora il caregiver nella sua attività? Al primo posto, dicono gli intervistati, misure di sostegno economico (51%) e forme di conciliazione vita-lavoro (46%), che permettano un'organizzazione più flessibile degli orari. Importante sarebbe inoltre poter contare su un sostegno psicologico (38%), ricevere informazioni sulla patologia in questione (33%) e anche conoscere le diverse soluzioni di assistenza disponibili per il caregiver stesso (30%), fino alla possibilità di delegare a terzi alcune attività quotidiane, come la spesa (34%). Un ulteriore 20% ritiene utili i servizi di telemedicina, con cui è possibile monitorare e inviare a distanza i parametri vitali dell'assistito.

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